“Scuole chiuse”, per chi?

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Aspettando il decreto

Pubblicità, comunicazione istituzionale, giornalismo, e dulcis in fundo Pubblica Istruzione: con l’annuncio (confermato dopo ore di estenuanti balletti) della chiusura delle scuole in tutta Italia, ieri ho sentito di esserci dentro fino al collo, a questo coronavirus. Professionalmente parlando, intendo.

Come addetta alla comunicazione istituzionale e pubblicitaria, ideatrice di campagne informative sui temi della salute pubblica in tempi cosiddetti non sospetti, pre-social, dove ai giornali, alla radio e alla televisione ancora si accordava, se non fede, una scettica fiducia.

Come pubblicista autrice di articoli di divulgazione scientifica, quando bastava una virgola fuori posto ad attirarti immediate, irate richieste di rettifica.

Come attuale parte — precaria, of course — del personale ATA nella mia ex scuola, prima Istituto d’Arte e ora Liceo Artistico. ATA, che sigla misteriosa. Come ho già sperimentato in vent’anni da copywriter, nessuno sa bene cosa faccia, un ATA: acronimo per Assistenti Tecnici Amministrativi, ovvero coloro che portano avanti la “macchina della scuola” anche quando le lezioni non ci sono. Soprattutto quando le lezioni non ci sono, come oggi.

Modalità Comunicatrice: ON.

Tra “chiusura delle scuole” e “sospensione delle attività didattiche” corre una differenza, e questa differenza la facciamo proprio noi, gli ATA: nel primo caso, al pari degli studenti e dei professori ce ne restiamo a casa; nel secondo, siamo soltanto noi ad andare al lavoro, anche se non c’è lezione. Buona cosa sarebbe saperlo per tempo. Ma se nessuno ti dice nulla, che fai? Aspetti, aspetti un segno, una parola.

Dietro le parole ci sono persone che ieri sono state un intero pomeriggio in attesa di sapere se l’indomani sarebbero dovute andare al lavoro. Finché non è arrivata la comunicazione ufficiale da parte del governo: scuole chiuse in tutta Italia, fino al 15 marzo.

Sì, ma chiuse per chi? Per tutti, o solo per alcuni? Nessuno che lo specifichi, nemmeno sul sito del MIUR. Intanto sui social si litiga, si ride, ci si indigna, si analizzano le responsabilità delle istituzioni che hanno fatto filtrare notizie non confermate e delle testate che le hanno rilanciate senza verificarle: la famosa questione delle “fonti”, fondamentali per ogni giornalista che si rispetti.

Modalità Pubblicista: ON.

E quando le fonti stesse sono inquinate, torbide, poco chiare, che si fa? Si aspetta, si ricerca, si specifica, si insiste, o meglio ancora ci si astiene, in attesa di poter dare notizie certe. Macché. Vai con i tweet insultanti, derisori, contraddittori, i thread chilometrici, le vignette, l’ironia su una questione di estrema gravità.

“La situazione è grave, ma non seria”, scriveva Ennio Flaiano nel secolo scorso, stigmatizzando magistralmente il vizio degli italiani di non prendere mai niente sul serio. Da allora non mi pare che sia cambiato nulla, non in meglio.

Su questo riflettevo ieri, in bilico tra rabbia e scoraggiamento, mentre studenti e professori si mettevano l’anima in pace, preparandosi a gestire i prossimi giorni di assenze giustificate e retribuite, le improbabili didattiche a distanza, lo spettro dello slittamento degli esami di maturità, e chi sa cos’altro ancora. Finché, a sera tarda, mi arriva finalmente un messaggio da una collega che mi conferma: domani, noi ATA andiamo a scuola. A lavorare, razza di privilegiati statali, marsch!

Modalità Assistente Tecnico: ON.

Stare nei laboratori tra ragazzi e professori, vivere la didattica nel momento del suo farsi pratica e poter dare il tuo — personale, creativo — contributo è una bellissima esperienza lavorativa e umana; come per molte altre cose, soltanto chi la vive può capirla fino in fondo.

Ma quando allievi e docenti mancano, noi ATA — specie noi assistenti tecnici, perché gli amministrativi hanno incombenze e scadenze fisse e i collaboratori scolastici le loro pulizie — dobbiamo trovare e/o inventarci altro da fare. E allora ti metti ad archiviare, riordinare, classificare, verificare, controllare, predisporre le attrezzature le dotazioni e le scorte, in aula e fuori, affinché, alla ripresa delle attività didattiche, tutto possa funzionare al meglio.

Questo se hai una coscienza, se apprezzi il piacere del lavoro ben fatto e portato a termine, per quanto umile sia. Altrimenti, trovi un posticino in cui imboscarti e fare finta di lavorare per il bene comune, quando in realtà pensi soltanto al tuo. Questo è, questi siamo, nel bene e nel male, anche noi misconosciuti ATA: lavoratori.

(Lettera pubblicata su “Orizzonte Scuola”, 5 marzo 2020)

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