Mister Tuttifrutti e il catechismo

Cocomero, my love!

Tra le undici e mezza e mezzanotte: è quello il momento in cui, se non hai troppo sonno, ti ritrovi a fare un bilancio della tua giornata. Ripercorri i momenti belli, quelli brutti, quelli insulsi e quelli memorabili, nel bene e nel male. Non sempre segui un ordine cronologico: lasci che la tua mente vaghi da un momento all’altro, e così facendo ti tornano in mente episodi che avevi dimenticato anzi rimosso, dettagli minimi ingigantiti dalla stanchezza, o semplicemente dall’insofferenza per il caldo sahariano che stanotte visualizzi come un pesante materasso fatto di lana di pecora, nera.

Niente, non riesci proprio a dormire da quando ti sei rivista attraversare quella piazza, e hai risentito quella voce:

Amoreeeee, vieni qui a mangiare il cocomero! Yu-huuu!”

Ma tu guarda ‘sto cretino.

Mister Tuttifrutti della bottega omonima, che si affaccia sulla piazza che alle ore 15.00 di un pomeriggio di luglio al cubo stai percorrendo in salita e di fretta per andare nell’istituto dove è ricoverata tua madre, al suono dei tuoi tacchi sui sanpietrini sconnessi è balzato fuori dal suo gabbiotto refrigerato e senza alcun pudore ti ha gridato il suo osceno invito.

Osceno, addirittura: adesso non esagerare, Franca. C’è di moooolto peggio! E poi, con questo caldo… una bella fetta di cocomero sarebbe l’ideale. Non solo per te che lo adori, anche per tua madre che, come tutti gli anziani, beve pochissimo. Te lo dice sempre il nipote della signora che condivide con lei la stanza:

“Adesso non è tempo di portare dolci e biscotti… la merenda migliore per loro è un gelato, o dei pezzi di cocomero: il fruttivendolo qui a fianco li prepara già confezionati!”

Lo sai, lo conosci il tipo. Ha un negozio ben fornito, solo prodotti sceltissimi di alta qualità. Un paio di volte ci sei andata anche tu a comprare qualcosa, beccandoti grandi sorrisi conditi da buste di susine, meloni e fichi in omaggio; ma nonostante tanta generosità e gentilezza, non è riuscito a “fidelizzarti” come cliente.

E come mai? Mah, non sai, o forse sai e preferisci non sapere… cosa? Che quel tipo ha qualcosa che non ti quadra.

Sorridente, di aspetto gradevole, sulla trentina: un “bravo giovane”, lo definirebbero le nonnine del vicino istituto. Mmmmh. Sarà. Fatto sta che dopo un paio di volte, da lui non ci sei più tornata a fare la spesa. Frutta omaggio? Anche no.

Alle 15.00 la piazza intitolata all’Eroe dei Due Mondi è deserta, impazzita di cicale morenti, dominata da un sole spietato che ti affloscia il cappello di paglia con cui tenti di proteggerti i pochi neuroni ancora attivi. Ti sei pure messa gli occhiali da sole nuovi — un modello vintage, ovviamente — e così celata puoi permetterti di ruotare impercettibilmente lo sguardo verso Mister Tuttifrutti, che uscito sul ciglio del marciapiede opposto adesso gesticola come un pazzo, invitandoti ancora a raggiungerlo nel suo gabbiotto di aria condizionata e frutti proibiti.

Col cavolo! Anzi: col cocomero!, che ci vai, che gli rispondi, che gli dai soddisfazione: attraversi con veloce noncuranza (sic!) la strada e ti infili nel portone dell’istituto. Salva.

Passa piano il tempo da tua madre, lentissimamente, come succede con chi soffre la vita, oltre al caldo; i tuoi pensieri le tue energie residue sono tutti a suo favore, e nel tentativo di farla stare bene dimentichi il tuo malessere, dimentichi che là fuori c’è la fruttariana bottega di quel figlio di puttana che si è preso con te una confidenza che non si deve più permettere.

Amen Franca, continua a ignorarlo. Cretino.

Eh ma a forza di ignorarlo, non è che poi lui si allarga ancora di più?

Altre volte ti ha fischiato, infatti. Ci sono stati dei precedenti. Li avevi rimossi.

Eddai, che sarà mai, un fischio o due per strada. Toccano a tutte: siamo in Italia, al centrosud.

Passavi davanti alla bottega… ci devi passare davanti, spesso e malvolentieri, per andare da tua madre.

L’hai ignorato, ripetutamente, anche allora.

E il risultato qual è? Che si è allargato ancora di più, appunto.

Bene. Anzi, male.

Hai sempre avuto difficoltà a far capire agli altri, soprattutto agli uomini, quando la loro libertà invadeva la tua. Perché i tuoi ti hanno insegnato, tua madre ti ha insegnato, non a difenderti dagli altri, ma a rispettarli; e quindi, a meno di non subire molestie pesanti, quelle meno pesanti andavano tollerate.

Ma quando una molestia è tollerabile e quando no?

E cosa è molestia e cosa non lo è?

“Sopportare pazientemente le persone moleste”: era una delle Virtù Teologali? no. Capitali? nemmeno. Saranno state allora le comecavolosichiamano Opere di Misericordia! del catechismo che tua madre ti recitava quando eri piccola. Porgi l’altra guancia a chi ti percuote. Regala il tuo mantello a chi ti deruba. Sopporta, sopporta in silenzio.

Il risultato? Mister Tuttifrutti che prima ti fischia e poi ti invita sfacciatamente a cocomeri. Amoreeeee!

E altri Mister molesti che, in altre occasioni, non riesci a scrollarti di dosso, come ti hanno fatto — neppure tanto gentilmente — notare.

Ci sarà allora, una lezione che devi imparare. Reagire, rivedere il tuo personale catechismo, non lasciar sempre correre tutto e parlare tutti, cantargliele una buona volta, al Tuttifrutti.

(Fermarti e scriverne, è solo l’inizio.)

copywriter, ufficio stampa, giornalista, scrittrice... di mare